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Carne è il primo artista che ci raggiungerà a Belluno per Clorofilla 2017, sarà con noi il primo week-end. Scopriamo chi è!

Come inizia la tua storia d’artista?
Ho iniziato con l’aerosol art e writing circa 20 anni fa, era un periodo sperimentale per capire che fare. Ho iniziato subito a raccontare il mio percorso di crescita introspettiva e contemporaneamente a lavorare su di me facendolo, anche con molto studio nel mentre praticavo, per esempio, meditazione. Il gioco e il viaggio era poi tramutare questo in arte. Poi il lettering ha iniziato a starmi stretto, non sentivo di riuscire più ad esprimermi al meglio ciò che volevo, volevo più arte per raccontare altro perciò da 6 anni ho iniziato ad avvicinarmi alla street art.

Che direzione hai preso dopo il writing?
La tecnica a pennello secco, sono il primo ad usarla, è molto grezza e gestuale. A seconda dell’intensità del passaggio del pennello pieno di colore si definisce il paesaggio che crei. L’unico colore che usavo era il nero. All’inizio ho lavorato con immagini (figure umane), geometrie, simbolismi, alchimia soprattutto tramite plottaggi e poster oppure tramite dipinti su carta che poi incollavo.

E ora cosa stai facendo?
Nell’ultimo anno ho studiato molto e frequentato altri artisti. Prima si poteva definire naif quello che facevo, ora il mio lavoro è più preciso e frutto di molto studio. Ho abbandonato il figurativo, mi aveva stufato.

Vuoi ancora raccontare di te stesso?
Quello che voglio raccontare oggi non trova necessario raccontarsi con una figura. Mi definisco così, prima ero in un tunnel ora ne sono alla fine e vedo la luce. Il mio disegno è più astratto, meno comprensibile però nello stesso tempo mi mette a nudo.
Vi è molta più precisione, anche caratteriale. Dalla mano mi esce quello che sono io.
Non c’è la volontà di cupezza che si poteva trovare o immaginare nei miei primi lavori. In ogni caso volevo provocare con quella “cupezza” che veniva letta come buio, in realtà era solo un’ombra per me.

In questo tuo percorso vi sono comunque delle costanti?
Assolutamente sì: la geometria, all’inizio meno marcata ma sempre presente, le linee, i pesi, le forme e le misure. Queste ultime ora sono totalizzanti. Studio Kandinskij, Malevich e il suprematismo.

Come mai sui muri e non su carta?
Ho iniziato da writer sotto i ponti. E mi sono reso conto che simili disegni non sono nient’altro che ego. Lo vedi chi è cresciuto sul muro. È una sfida, hai difficoltà tecniche, le dimensioni e la fisicità: vi sono molti aspetti ludici.

Come mai la passione per i luoghi abbandonati?
Il Friuli, come anche il Veneto sono due terre molto militarizzate, oltre che zone produttive con molti capannoni che ora hanno un altissimo tasso di abbandono, è una forma di denuncia, ma non solo. Contestualizzo le mie tensioni emotive negli spazi abbandonati. Le opere hanno tutte un’altra tensione in questo scenario. Mi concentro molto sul rapporto di energia con spazi.

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